p. Sergio La Pegna, dc, Superiore Generale

Il 17 ottobre di cento anni fa, papa Pio XI proclamava “Beati” i Dottrinari Claudio Bochot ed Eustachio Fèlix, insieme ad altri 189 martiri della Rivoluzione francese. Questi 191 Beati furono massacrati fra il 2 e il 3 settembre 1792, in vari luoghi di Parigi: 21 furono uccisi nell’abbazia di Saint-Germain-des-Prés, 95 nell’Hôtel des Carmes, 3 nel carcere de la Force e 72 nel seminario di Saint-Firmin, dove erano anche i due Beati Dottrinari.
In questo anno, come Famiglia Dottrinaria, desideriamo celebrare tale evento non solo per ricordare questi Beati Martiri ma anche altri due Servi di Dio Dottrinari: Giuseppe Raoulx e Sebastiano Dubarry, che hanno donato la vita per il Signore Gesù e per la sua Chiesa, rimanendo fedeli alla propria vocazione dottrinaria fino alla fine.
L’occasione del centenario della beatificazione può dare un nuovo impulso alla ripresa della Causa di canonizzazione dei Beati Claudio Bochot ed Eustachio Fèlix, per i quali è richiesta l’approvazione di un miracolo avvenuto per loro intercessione, e alla ripresa delle Cause dei Servi di Dio Giuseppe Raoulx e Sebastiano Dubarry.
Ma qual è il motivo di fare ciò? Solo commemorativo? Certamente no. Una risposta viene data dal grande dottore della Chiesa San Bernardo che iniziava una famosa omelia per il giorno di Tutti i Santi con questa domanda, che potrebbe essere anche la nostra: “A che serve la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità?”. Perché proporre oggi, in contesti diversi e alla Chiesa universale, l’esperienza di questi quattro Dottrinari? Ed è attuale anche la risposta che San Bernardo ci offre: “I nostri santi – egli dice – non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. Per parte mia, devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri” (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364ss). Ecco, dunque, il significato più profondo della canonizzazione: guardando al luminoso esempio dei Santi, si risveglia in noi il grande desiderio di essere come loro; che hanno vissuto con pienezza la loro vita cristiana da consacrati dottrinari e ora vivono felici vicini a Dio, nella sua luce, nella grande famiglia degli amici di Dio. Tutti i cristiani, e non solo, guardando ai Santi possono contemplare in concreto cosa significa essere discepoli di Gesù. L’imitazione della loro vita da parte dei fedeli ancora in cammino è solo l’ultimo esito di un movimento più ampio, che parte appunto da una vitale forza attrattiva da loro esercitata fino a giungerne a chiedere la loro intercessione.
Questi martiri Dottrinari, oltre a intercedere per tutti coloro che, in ogni tempo, vivono la fedeltà al Signore, per alcuni fino all’offerta della vita, possono essere degli esempi per ricordare ai discepoli di Gesù tre caratteristiche della sequela cristiana: un amore sincero e profondo al Signore Gesù e alla sua Chiesa; la fedeltà alla propria vocazione nella quotidianità della vita; la capacità di rimanere “sotto la croce” non contando sulle proprie forze ma sulla potenza dello Spirito Santo che ha donato loro la grazia di saper perdonare.
Papa Francesco nell’Esortazione apostolica “Gaudete et exsultate” affermava che “non è il caso di scoraggiarsi quando si contemplano modelli di santità che appaiono irraggiungibili. Ci sono testimonianze che sono utili per stimolarci e motivarci, ma non perché cerchiamo di copiarle, in quanto ciò potrebbe perfino allontanarci dalla via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi. Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, quanto di così personale il Signore ha posto in lui (1Cor 12,7) e non che si esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui” (GeE n. 11). E nell’omelia che San Giovanni Paolo II tenne il 1° ottobre 1995 in occasione della beatificazione dei Martiri di Rochefort, cosi affermava: “Come San Paolo raccomandava a Timoteo, anch’essi hanno combattuto “la buona battaglia della fede” (1 Tm 6, 12). E allo stesso modo hanno conosciuto un lungo calvario per essere rimasti fedeli alla loro fede e alla Chiesa. Se sono morti è per aver voluto fino alla fine confermare la loro stretta comunione con Papa Pio VI. In una profonda solitudine morale hanno voluto ardentemente trattenere uno spirito di preghiera, “tra i tormenti” (Lc 16, 23) della fame e della sete, non ebbero neanche una parola di odio verso i loro carnefici. Lentamente si lasciarono identificare con il sacrificio di Cristo che celebrarono in virtù della loro ordinazione. Eccoli, quindi, ormai offerti ai nostri sguardi come un segno vivente della potenza di Cristo che agisce nella debolezza umana. In fondo alla loro miseria, hanno mantenuto il senso del perdono. L’unità della fede e l’unità della loro patria sono sembrate loro come le cose più importanti. […] La professione di fede, proclamata dai nuovi Beati con l’offerta della loro vita, come afferma l’Apostolo, crea particolari legami tra ciascuno dei testimoni (martyres) e Cristo, che è stato il primo Testimone (Martyr) “davanti a Ponzio Pilato” (1 Tm 6, 13)”.
A cent’anni dalla beatificazione dei martiri della Rivoluzione Francese, la loro vita continua a parlarci. Oggi, di fronte a nuove forme di persecuzione religiosa, l’esempio di questi martiri ci invita a essere testimoni coraggiosi del Signore Gesù e della verità del Vangelo. Nel commemorare il centenario di questa beatificazione, siamo chiamati non solo a ricordare chi ha dato la vita per la fede, in mezzo a dolori e sofferenze grandi ma anche a ripensare il nostro impegno quotidiano nel mondo perché, alla luce del Vangelo, possiamo essere anche noi testimoni autentici del Signore o, come amava dire San Cesare de Bus, “catechismo vivente”, con la nostra vita e la nostra predicazione.