Processione per la festa della Consolata a Torino

Nel mese di maggio 2026 le comunità della Fraternità della Parola hanno riflettuto e pregato su come si vive la pratica del Rosario, anche per capire quale forza di evangelizzazione porta con sé pregato insieme e come comunità coinvolgendo tante altre persone. Ecco i suggerimenti sui quali hanno meditato negli Oratori mensili.
Il Rosario è nato come la preghiera dei poveri ed è caro alle persone semplici, che si lasciamo guidare da Maria, madre nostra e prima discepola di suo figlio, ad approfondire i misteri della vita di Gesù.
San Bernardo di Chiaravalle diceva: “Seguendo lei non puoi smarriti , pregando lei non puoi disperare. Se lei ti sorregge non cadi, se lei ti protegge non cedi alla paura, se lei ti è propizia raggiungi la mèta”.
La gioia di pregare insieme il Rosario deve farci comprendere la bellezza della comunione spirituale, che significa farsi carico delle preghiere e delle attese di quanti sono uniti in quel momento in preghiera con noi.
Il Rosario è parte integrante di quella “pietà popolare” di cui hanno parlato diversi Papi che la considerano una forza evangelizzatrice.
Accanto alla liturgia, la vita cristiana è segnata dai pii esercizi, dalla pietà popolare, come il Rosario, la Via Crucis, le processioni, i Pellegrinaggi.
San Paolo VI scriveva che essa «manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all’eroismo, quando si tratta di manifestare la fede; comporta un senso acuto degli attributi profondi di Dio: la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione».
Confermava san Giovanni Paolo II: «La pietà popolare non può essere né ignorata né trattata con indifferenza o disprezzo, perché è ricca di valori».
E papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium definì la pietà popolare «autentica espressione dell’azione missionaria spontanea del Popolo di Dio. Si tratta di una realtà in permanente sviluppo, dove lo Spirito Santo è il protagonista». E ancora: «È un modo legittimo di vivere la fede, un modo di sentirsi parte della Chiesa, e di essere missionari; porta con sé la grazia della missionarietà, dell’uscire da sé stessi e dell’essere pellegrini: il camminare insieme verso i santuari e il partecipare ad altre manifestazioni della pietà popolare, portando con sé anche i figli o invitando altre persone, è in sé stesso un atto di evangelizzazione. Non coartiamo né pretendiamo di controllare questa forza missionaria!».
Ora proviamo a metterci in ascolto di san Cesare. Mi sembra abbastanza consolidato, in san Cesare, l’amore e la fedeltà alla Madonna e al Rosario, così anche alle “devozioni popolari” come le processioni. Le considerava una vera forza evangelizzatrice.
Il suo primo biografo, padre Marcel ha scritto: «Egli aveva una tenerissima devozione alla Madonna, in onore della quale, ogni giorno recitava qualche preghiera con particolare intensità ed affetto». San Cesare ha fatto restaurare una chiesetta dedicata alla Vergine Addolorata, lì si dice abbia avuto l’apparizione dell’Addolorata, e vi si recava spesso a pregare insieme ai poveri della sua città. Al suo infermiere, padre Larme, Cesare confidò: «La prima grazia ricevuta da Dio dopo il Battesimo, fu una singolare devozione alla Madonna, coltivata fin da bambino». E ancora: «Credo di aver recitato almeno ventimila volte il Rosario nel corso dei 14 anni di cecità».
Come non ricordare come il canto notturno di un’antifona mariana delle Clarisse abbia toccato il cuore del nostro Santo dando il via alla sua “conversione”. E anche che, durante una breve indisposizione, piuttosto che stare in ozio, fabbricava lui stesso corone del Rosario che poi distribuiva alla gente fino al punto da far dire al suo primo biografo, padre Marcel: «Padre Cesare ha potuto così introdurre la pratica del Rosario a Cavaillon, sua città natale, offrendo l’opportunità a molti ecclesiastici di portarlo alla cintura e a molti laici di averlo con sé».
In aprile le Fraternità hanno riflettuto dell’attualità di san Cesare, che ha anticipato molte intuizioni moderne: con il metodo catechistico concepito in modo graduale e personalizzato, servendosi anche di cartelloni disegnati da lui e poi ripresi nelle catechesi; con il suo fare l’Esercizio della Dottrina Cristiana facendosi comprendere da tutti con un linguaggio semplice; con il suo amore per la Sacra Scrittura che sapeva trasmettere usando il metodo della “lectio divina” e favorendo le devozioni popolari come le processioni penitenziali servendosi della Croce da lui dipinta a tale scopo.
Mi è sempre piaciuto san Cesare, un santo moderno e attuale. Come Famiglia Dottrinaria, presentiamolo così a chi non lo conosce ancora bene e cerchiamo, pur con le nostre fragilità, di essere testimoni di tutte le cose belle che san Cesare ha amato.
Quanto sarebbe bello dire con semplicità cosa vi ha attirato in Lui e condividere con tutti la scelta della Fraternità della Parola come cammino di santità?

padre Giambattista Carnevale Garé, dc